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Sicilia e transizione:

il contributo di Hasekura2.0

Una visione verso il 2030

L'inevitabilità del caso

Sono un’emigrante, emigrante da tre decadi, per scelta convinta e senza alcun rimpianto. Un’emigrante mai nostalgica. Un’emigrante oggi in procinto di immigrare.

Dopo 33 anni da espatriata ho preso la decisione - per i più incomprensibile, per molti sorprendente, per me ormai inevitabile - di ritornare nella terra che mi generò cinquant’anni fa.

Da quando, finito il liceo, feci le valigie senza spago, non avevo mai immaginato che ciò sarebbe potuto accadere.

Ci sono stati periodi in cui ho “sognato” di essere seppellita sul Montjuic, un loculo con vista sul Port Vell di Barcellona, o sparsa in cenere sulle acque del Pacifico, tra le onde di quello stesso oceano che fece sue venticinque mila vite l’11 marzo 2011.

Invece, inaspettato, un dubbio, tarlo insistente, è entrato nei miei pensieri quattro anni fa.

Fu un puro caso, oppure no, come è sempre per il “caso”. Una mattina di luglio mi risveglio nel mio letto catalano al messaggio di un caro amico imprenditore giapponese:

La prima settimana di agosto vengo a trovarti. Ma io sarò in Sicilia, rispondo. Bene, non ci sono mai stato. E così venne e così mi ritrovai a fare da guida in patria e a parlargli di questa terra in fondo a me sconosciuta.

Dopo un mese sarei andata a vivere nel nordest del Giappone, quelle erano le solite brevi vacanze che da trent’anni trascorrevo, più o meno con frequenza annuale, a casa. Granita, cannolo, Norma, il mare del Plemmirio e qualche serata con amici dei tempi del liceo: tutto qui ciò che la Sicilia rappresentava per me.

Dopo due giorni Hiroki disse: ”Ma tu mi hai mantenuto nascosto questo paradiso, non volevi che ci venissi!!” E all’improvviso, come se, presbite dalla nascita, quelle parole fossero state i miei primi occhiali da vista, la Sicilia si stagliò davanti a me in tutta la sua abbagliante bellezza!

È da quel momento che è iniziato il cammino all’inverso. Prima, però, ho dovuto avventurarmi per altri quattro anni ancora più lontano, fino a quel Tohoku, estremo nordest del pianeta, per sentire che finalmente era ora di tornare a casa.

Ci sono voluti anche un paio di incarichi di viaggi di formazione imprenditoriale da svolgere qui in Sicilia per capire come, nei trent’anni in cui ero mancata, questa Sicilia aveva prodotto una generazione di innovatori, amanti del loro paese, convinti promotori di ciò che alla mia epoca sembrava pura utopia.

La “ritornanza”

L’anno scorso ITACÀ, consolidato Festival del Turismo Responsabile, ha dedicato la sua decima edizione a “la restanza”, il fenomeno di coloro i quali scelgono consapevolmente di rimanere nel territorio di nascita e scommettere sulle proprie capacità e know-how per lo sviluppo dello stesso. (https://www.festivalitaca.net/2019/05/restanza-tema-del-festival-it-a-ca-2019/ )

In un Italia che da secoli sforna emigranti, ma soprattutto in un Meridione in cui l’emigrazione giovanile verso il nord o verso paesi stranieri è nel DNA dei suoi abitanti, unica risorsa possibile in una terra “senza lavoro”, è questo senza dubbio un tema molto interessante e troppo poco trattato.

Come è noto, soprattutto nei dieci anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, oltre novecento mila giovani, per lo più laureati e specializzati, hanno abbandonato il Sud d’Italia in cerca di un futuro migliore. Un esodo triste e depauperante per il nostro paese.

(https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/01/sud-svimez-900mila-giovani-se-ne-sono-andati-negli-ultimi-16-anni-600mila-le-famiglie-in-cui-nessuno-ha-un-lavoro/4530975/)

Chi è rimasto o non aveva il coraggio di andar via o aveva una profonda vocazione da eroe!

A chi è restato si è sommato chi, emigrato, ha poi deciso di rientrare, anche loro piccoli eroi quotidiani poco riconosciuti. In anni recenti, più silenzioso ma costante, è infatti anche il lento processo di ritorno di chi, come me, deluso o irrequieto, se ne era andato.

Della potenzialità di questa mia “ritornanza” in Sicilia vi vorrei parlare.

Dal globale al locale

C’è un’emergenza planetaria che richiede interventi urgenti a livello locale. Non esiste differenza tra il micro e il macro, siamo tutti un unico “Uno”, in cui i problemi di una parte sono anche i problemi del tutto e viceversa. Ancor più è così in un mondo reso piccolo dalla globalizzazione, dove ogni cosa è strettamente interconnessa ad ogni altra.

Mai come in questi giorni sentiamo sulla nostra pelle la bruciante attualità della frase attribuita a Metternich “Quando Parigi starnutisce l' Europa prende il raffreddore!” oggigiorno riferita al gigante cinese. In questi giorni in cui un virus nato in Cina ci tiene (direttamente o indirettamente) chiusi in casa a diecimila chilometri di distanza, non abbiamo più dubbi che gli “starnuti” siano un problema di tutti, ben oltre i confini territoriali.

Se crediamo di essere troppo piccoli per affrontare problemi sistemici, far parte del tutto significa anche che agire sulla nostra realtà locale è il primo e fondamentale passo per risolvere i problemi globali. Niente scuse quindi; per cambiare le cose ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il suo dire e la sua funzione, se lo si vuole veramente.

La transizione: un cammino dolce verso la fine

Mi definiscono “transition designer”. Da anni cammino verso la transizione - disegnandola, pianificandola e costruendola non a tavolino ma sul campo, insieme a tanti altri che ne hanno fatto la loro professione e in qualche modo la loro missione.

L’esistenza stessa è di per sé transizione tra la vita e la morte, cosicché il mio lavoro consiste nel far si che questo passaggio, individuale e collettivo, si faccia nel rispetto del prossimo e del pianeta che ci accoglie, spesso sfidando le credenze e i luoghi comuni, andando oltre le apparenze. E anche contro quell'arroganza umana che ci vorrebbe immortali.

È a partire dai tardi anni 70 dello scorso secolo che il nostro sistema socio economico, basato sul capitalismo neo-liberale, è entrato in una fase di incontrollabilità tale da portare la nostra “civiltà” sull’orlo del collasso.

Tra i miei ricordi d’infanzia, (meno di mezzo secolo fa, una bazzecola nella storia dell’umanità), ci sono bottiglie di vetro con “il vuoto a rendere”, saporite ricotte mai estive dall’inconfondibile aroma di cavagna, profumati fazzoletti di filo ricamati a mano, che non disboscavano l’Amazonia ad ogni raffreddore, vestiti ereditati da una generazione all’altra (ancora oggi indosso un cappotto di mia madre appartenuto a mia nonna). Nei miei ricordi, insomma c’è il rispetto per le cose e gli animali, una sana frugalità che poi si è chiamata povertà, ma che era solo un giusto senso del limite.

È da poco apparso sul Green European Journal un'interessante intervista a Giorgos Kallis, esperto di ecologia politica ed autore di "Limits: Why Malthus Was Wrong and Why Environmentalists Should Care",

(https://www.greeneuropeanjournal.eu/questioning-our-limits-to-leave-scarcity-behind/) che definisce la vera ecologia non come assuefazione all’idea di scarsezza e quindi come privazione, ma bensì come sano e necessario senso della finitezza delle risorse disponibili.

Il concetto è anche quello che la pedagoga Rebeca Wield tedesco-ecuadoriana elaborava in un saggio sull’educazione intitolato: “Libertad y limites”(https://www.herdereditorial.com/libertad-y-limites_1). Per educare a crescere e quindi per amare veramente i propri figli, i genitori devono imporre dei giusti limiti, perché in natura tutto è limitato, ad iniziare dalle cellule che costituiscono il nostro corpo. Ed è proprio questo limite che permette di mantenere l’ordine intrinseco e la funzionalità del sistema. Il capitalismo neo-liberale, invece, nonostante i suoi innegabili meriti, commette un errore di fondo: predicare la crescita senza limite come massimo obiettivo dell’esistenza. La situazione planetaria attuale dimostra che questo suo errore concettuale è in fondo il suo stesso limite!

“For modern economists, production has to increase to be able to enjoy as much as possible in a limited amount of time”. (yet this) is a moral myth necessary for capitalism’s constant expansion, not some universal state of nature. (..) As humans, we do not have unlimited wants, wanting ever more of what we can or cannot get. (..) The basic truth is that humans know how to limit ourselves and that a meaningful and truly free life is a life that knows its limits. (ibid)

In questa perdita del limite, in questa hybris che sfida la Natura, ridicolizzandola, soggiogandola, umiliandola, per uscirne vincitore unico, in questa smania di divinità, sta il problema vero del Homo Deus (https://www.ynharari.com/book/homo-deus/) contemporaneo.

Non è la hybris, umana e quindi naturale, che spinse eroicamente Prometeo a rubare il fuoco agli dei egoisti per donarlo agli uomini, pur nella consapevolezza del castigo e del proprio sacrificio,

È una hybris che fa dell’Uomo un Dio irragionevole, capriccioso e autolesionista. La hybris che, per voler consumare smodatamente le ricchezze di un mondo limitato ci ha portato alla perdita dell’armonia con il pianeta e all’inevitabile estinzione.

La buona notizia è che non è sempre stato così, che volendo potremmo invertire la rotta.

Many pre-capitalist societies had a logic of limitation where they trusted their environments and lived in a steady state, satisfied with what they had. (..) Human societies have been organised differently and this is a reason for hope that capitalist civilisation can be followed by a different arrangement not predicated on limitless expansion.

Consapevole del nostro limite umano, anche se è forse troppo tardi per evitare la fine, io cerco di lavorare per rendere questo cammino un po’ più lungo, un po`più lento, un po`più dolce, in un tentativo di riconciliare l’Uomo con il Tutto.

Spostare lo sguardo da ciò che manca a ciò che abbiamo

Ho vissuto in una comunità giapponese di 28 mila abitanti per quattro anni. Come in altri paesi, e come nella mia stessa Sicilia, agli studenti viene spesso inculcato dalla famiglia, dalla scuola, e ovviamente dai media, un’idea di successo professionale e di auto realizzazione che può solo aver luogo lontano da quel paesino, tra le scrivanie delle grandi aziende con sede nei grandi centri metropolitani. La vita da pendolare schiacciato quotidianamente per ore in un treno super affollato, consumando cibo prefabbricato acquistabile in convenience stores aperti 24/7, in un appartamento microscopico e senza anima, è il modello di vita a cui agognare. Finito il liceo locale, il 95% dei ragazzi va a studiare fuori e quasi nessuno di loro ritorna, perché a casa “non c’è lavoro”. Una storia a noi tutti familiare, insomma.

Quando arrivai a Tono la domanda che mi veniva posta con costanza, divenuta col tempo prevedibile, era: "Ma che sei venuta a fare in un posto dove non c’è niente?!”, seguita immediatamente da: “E quando te ne andrai?” . In questi quattro anni insieme ai miei colleghi giapponesi, abbiamo realizzato progetti di residenza e stage per artisti e studenti internazionali, viaggi di studio e formazione per professionisti, corsi per studenti, fieldworks per residenti ed altre attività di promozione e valorizzazione del territorio che hanno dimostrato che il “niente” di Tono era invece “molto”, soprattutto per chi proveniva da un’altra realtà, aiutando così i cittadini ad acquisire un nuovo orgoglio nella cultura ed unicità della loro terra.

“Finché prenderete Tokyo come modello, Tono sarà sempre un luogo vuoto di significati, ma se relativizzate il “tutto”, cambiando il punto di vista, quel niente acquisterà un nuovo valore!” è stato il nostro messaggio convinto in questi quattro anni.

Fungendo da “lente di ingrandimento” per riscoprire ciò che era sotto in nostri occhi, ma troppo “normale” per essere apprezzato, attualizzandolo e migliorandolo o semplicemente rendendolo fruibile; svolgendo in svariate occasioni (conferenze, seminari presentazioni, workshops, docenze, ecc.), da “altoparlante”, abbiamo in qualche modo riempito di nuovi significati un vuoto che era solo apparente.

Adesso che sto per rimettere base a Siracusa, quando mi dicono: “ma chi te lo fa fare, qui non c`è niente, qui non funziona niente” seguito da un’incessante e dettagliatissima critica sui mali della città, dei suoi abitanti e del paese intero…mi sembra ancora di essere a Tono! Anche qui, quindi, dovrò indossare gli occhiali della positività per far vedere agli altri il bello che pur c’è, fare anche qui l’altoparlante per dar voce a chi, come me, crede nella potenzialità di questo territorio e sta lavorando per migliorarlo.

Così come agire con decisone a livello micro è fondamentale per cambiare il macro, cambiare il punto di vista, trasformare la crisi in opportunità, centrarsi su ciò che abbiamo e non su ciò che manca, un “mind shift” radicale, dal lamento sterile all’azione decisa, per un approccio costruttivo alla realtà e alle risorse, è il primo passo verso la transizione.

Per ridurre l’emigrazione in massa, per migliorare la qualità e quantità della “restanza” e far fruttare in pieno il valore della “ritornanza”, bisogna lavorare innanzitutto su questo mind shift, sul cambiamento dei valori e dell’approccio alla realtà.

Credo che guardare al passato, alle tradizioni e la cultura uniche del nostro territorio (di ogni territorio) con il filtro delle conoscenze innovative di oggi, sia il punto di partenza di questo spostamento del punto di vista. Conoscere ciò che si è fatto per secoli, con fatica ma anche con rispetto per il prossimo e per la natura, prima della follia consumistica e globalizzante degli ultimi decenni; riconoscere in un antichissimo e duraturo passato il potenziale per creare un futuro sostenibile, è alla base dell’innovazione creativa di cui la Sicilia (e direi ogni paese) ha assoluto bisogno.

The cultural work economic liberals have done in the last centuries has succeeded in making people think that the good life is a life where you can do whatever you please. So the cultural work has to start by questioning whether this vision is really good and desirable.

(it is necessary to) organise an alternative political project with a fundamentally different view of the good life than that of capitalist modernity. Not only in theory but through everyday practice, people must be convinced that this is a better world to live in. Real freedom can be exercised only within limits. Limiting oneself leaves space for others to live too. Ecology is first and foremost about limits, about autonomy, about freedom.

Non credo che la mia funzione di “ritornante” sia quella di creare un movimento politico, quanto quello di agire come catalizzatore per esistenti risorse umane e progettuali. Sono i grass roots movements quelli che devono costruire la transizione socioeconomica e richiedere poi alle istituzioni di tradurle in strutture politiche che le implementi e le mantenga in vita.

Per realizzare questo cambiamento di ottica, è necessario dare visibilità ai pochi modelli già esistenti, success stories tratte dalla vita frugale e rurale e non dei soliti idoli della finanza o tecnologia metropolitana. Ma soprattutto è importante cambiare il nostro linguaggio. Quando le Nazioni Unite stesse includono “economic growth” nei loro obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030 (SDG Goals), quando continua ad essere la percentuale di crescita annua del PIL a decidere il potere e l’importanza o meno di un paese…continueremo ad avere emigrazione, spopolamento delle campagne, a credere che consumare è simbolo di progresso e ad avere bisogno di esplorare l’Universo in cerca di nuovi pianeti infiniti dove traslocare l’umanità rimasta senza più risorse da sfruttare sulla Terra.

Camminare a passi decisi e costanti

Per realizzare il cambiamento, non possiamo più perdere tempo nella transizione che non sia realmente efficace , né possiamo permetterci di delegare il cambiamento ad altri.

Come transition designer ritornante, in Sicilia ho intenzione di portare a termine varie azioni sia attraverso Hasekura2.0, l’associazione che ho fondato e diretto a Barcellona dal 2013 e che prossimamente diventerà entità di diritto italiana, sia in collaborazione con altre istituzioni.

Didattica-educazione-formazione:

Da anni organizzo programmi per imprenditori, professionisti ed esperti, nonché giovani laureati e studenti di grado superiore, giapponesi ed europei, volti allo scambio di informazioni e buone pratiche tra paesi e realtà distanti tra loro, ma accomunate dalla necessita e desiderio di implementare un modello socioeconomico sostenibile.

Questi programmi hanno lasciato un’impronta profonda nella maggior parte dei partecipanti, hanno generato progetti collaborativi e sono stati l’occasione per realizzare idee fino a quel momento semplicemente in fieri.

In Sicilia ho già iniziato da qualche anno a progettare e realizzare viaggi di studio per ricercatori e imprenditori giapponesi e il feedback ricevuto è stato estremamente positivo, sia da parte di chi ha accolto le delegazioni nipponiche, sia dei partecipanti.

Ho intenzione di continuare queste attività, ampliando il bacino di utenza a imprenditori, innovatori sociali, esperti e professionisti di varie regioni del mondo, mettendo a frutto le mie capacità di comunicazione plurilingue.

Allo stesso tempo, credo sia importante lavorare direttamente su docenti, educatori e residenti in generale siciliani per far conoscere loro realtà socioeconomico sostenibili già esistenti, riscoprire usanze secolari che, in nome di una presunta “modernità, sono state messe da parte ma che continuano ad avere una loro validità; legare la gente a questa terra millenaria, per sviluppare un orgoglio positivo e costruttivo verso la propria “sicilianità”.

Per ricostruire il legame delle nuove generazioni con il territorio, credo sia importante promuovere progetti di alternanza scuola lavoro, tirocini per studenti liceali e universitari, non esclusivamente di studi agrari. Il mondo rurale ha bisogno di disegnatori, esperti in comunicazione, artisti, creativi, etc. per rinnovarsi ed innovare da una parte e per darsi a conoscere in un modo “attraente” , dall’altra.

Per gli studenti di agraria, nello specifico, è indispensabile programmare lunghi periodi di “on the field experience” e “learning by doing” per dare senso vero a ciò che apprendono tra le pareti di un aula e sui libri. In un mio recente incontro con studenti del corso in bio agricoltura dell’Università di Catania, sono rimasta veramente sorpresa nello scoprire che i ragazzi non visitano né lavorano con agricoltori locali, che potrebbero invece essere per loro un modello di riferimento una volta finiti gli studi.

Sarà difficile includere d’immediato stage curriculari, ma si può intanto procedere alla creazione di summer schools anche auto finanziate, con contenuti realmente appetibili e occasioni utili di apprendimento (penso a campus misti con studenti internazionali e di facoltà e formazione diverse)

Quest’aspetto didattico e di coinvolgimento dei residenti sul territorio, è di fondamentale importanza, da una parte, per generare l’empowerment del cittadino/consumatore (conoscere il territorio, chi lo vive in prima persona, le sue problematiche diventa l’occasione per innescare collaborazioni e la ricerca condivisa di soluzioni, gruppi di pressione, GAS etc.), dall’altra può diventare uno strumento utile per bloccare l’esodo verso l’estero o il nord (presentare casi di giovani e meno giovani restati o ritornati che, nonostante le difficoltà riescono ad avere successo, che decidono di investire risorse, tempo e conoscenze per far rifiorire la nostra terra, diventa un modello da seguire e replicare, un’alternativa al cercare la propria realizzazione nelle grandi aziende del nord, a far vedere che l’imprenditorialità è possibile anche in Sicilia).

- Incubazione-accelerazione di aziende

In questi ultimi 15 anni, spesso come effetto collaterale della designazione da parte dell’UNESCO di varie aree della Sicilia Orientale a Patrimonio dell’Umanità, ma anche come conseguenza della crisi finanziaria del 2008, c’è stato un fiorire di attività di recupero del territorio in modo innovativo da parte di alcuni giovani ritornanti o restanti, che hanno riscoperto il valore e la bellezza intrinseca delle tradizioni e del legame con la terra. Si tratta di quel sentimento, trasformato in azione da alcuni, che auspichiamo di dare a conoscere e diffondere attraverso i nostri programmi educativi, per contribuire a renderlo da minoritario a maggioritario.

Giovani e meno giovani hanno creato piccole aziende e progetti produttivi che vanno dal recupero di mulini di famiglia per la macina e trasformazione in farina di riscoperti grani antichi autoctoni, progetti di permacultura, e creazione di GAS, corsi di formazione in mestieri tradizionali o erboristeria, produzione di vini naturali da uve autoctone, coltivazione della canapa per uso tessile o industriale, creazione di scuole di alta gastronomia per la valorizzazione della ricchissima cucina regionale, ma anche di movimenti dal basso volti alla rigenerazione, attraverso l’arte e l’artigianato, di centri storici in degrado, e così via.

Iniziati e portati avanti con grandissimi sforzi e nonostante gli infiniti ostacoli posti dalla burocrazia, la mafia e l’ostracismo di molti, questi progetti hanno spesso una potenzialità ben superiore alle loro capacità contingenziali. Credo sia utile aiutare queste piccole aziende “eroiche” , fornendo loro gli strumenti di crescita e diffusione che si meritano. Non si tratta in assoluto di ragionare, ancora una volta, secondo la logica neo-liberale di arricchimento puro ed espansione all’infinito, ma piuttosto di valorizzare le capacità intrinseche in questi progetti, per permettere loro un normale e sano sviluppo, attraverso consulenze e collaborazioni di vario tipo.

Nello specifico possiamo offrire il nostro contributo in:

  • Networking e uso efficiente di risorse

In Sicilia (ma non solo!) manca spesso una mentalità collaborativa, forse per atavica diffidenza nel prossimo o per questioni di praticità (“faccio prima da solo”!). Per lavorare in rete, è importante creare un fitto network tra progetti e piccoli imprenditori che condividono idee e visione di futuro, per far si che le limitate risorse finanziarie, di tempo e personale competente siano condivise e quindi utilizzate al meglio. È possibile trasformare la concorrenza distruttiva predicata dal nostro sistema, in collaborazione costruttiva, mettendo in comune informazioni, sistemi di distribuzione e clienti, macchinari, specialisti etc. La crescita ed i benessere individuale viene accresciuto quando si lavora collettivamente.

  • Inter-localizzazione e internazionalizzazione

Uno dei temi chiave di Hasekura2.0 è stato sempre la “inter-localizzazione”, in altre parole collegare realtà locali, rurali o urbane di piccole dimensioni distanti tra di loro geograficamente ma vicinissime per problematiche , bypassando le metropoli, per aumentarne l’autostima, condividere soluzioni, stimolare progetti comuni e dar forza in generale ai loro processi di transizione attiva. L’inter-localizzazione si collega anche con un altro punto importante nel processo di “accelerazione”(maturazione?) aziendale e cioè l’internazionalizzazione. Internazionalizzare non significa solo vendere limoni IGP in Alaska (!) ma ampliare vedute, diffondere concetti e metodi di fabbricazione e coltivazione più giusti, accogliere visitatori e turisti responsabili da coinvolgere in programmi didattici e di sviluppo sostenibile, etc. Moltissimi degli imprenditori che lavorano con passione sul territorio siciliano (ma non solo) mancano dei canali esteri e delle conoscenze linguistiche che permetterebbero loro di esplorare questa parte del loro potenziale. Vorremmo quindi mettere a loro disposizione il nostro knowhow linguistico e di network internazionale per rendere ciò possibile.

  •     Micro investimenti “con un cuore”

Ci sono moltissimi espatriati al nord e all’estero e figli di emigranti che, pur nella distanza, mantengono un forte vincolo emozionale con la “madre patria”. Alcuni di loro nutrono anche il desiderio di rimpatriare, desiderio tuttavia irrealizzabile per vari motivi, siano essi professionali o familiari. Questi “ex” siciliani rappresentano un patrimonio inestimabile per la Sicilia in transizione.

Ho in mente l’istituzione di un sistema per così dire “bancario” in cui know-how, conoscenze specialistiche, disponibilità di tempo e idee innovative siano parte integrante del capitale che questi espatriati mettono a disposizione di progetti siciliani di loro interesse. Hasekura2.0 creerà la piattaforma nella quale scambiare detti servizi, fungendo da tramite tra le parti per garantire il valore etico e la sostenibilità del progetto da finanziare (non solo economicamente) da una parte e la serietà e professionalità dell’investitore (non solo monetario), dall’altra.

Non sono ancora riatterrata in Sicilia e ci sono ancora molte cose che di questa mia patria mi sono sconosciute e poco chiare. Questa mia ignoranza, più che un problema, in questa fase mi sembra piuttosto una fortuna. L’ignoranza di certe dinamiche mi permette, infatti, di mantenere quel distacco e quell’incanto verso il luogo necessari per affrontare con entusiasmo questa mia nuova avventura. Come ogni viaggio avventuroso che si rispetti ci sono dei rischi evidenti già in partenza, è chiaro, ma proprio in questa incertezza risiede il gusto del mettersi in cammino.

Avrò tanto a cui dedicarmi in questi anni di ritornanza.

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